Spesso e volentieri il consumismo dilagante nei Paesi europei porta a dimenticare ciò che accade invece nelle aree sottosviluppate del pianeta. Mancanza di cibo, di strutture adeguate, di scuole e trasporti sono soltanto i problemi più visibili, ma anche i piccoli dettagli possono creare enormi disagi, in maniera forse inaspettata per chi non conosce le dinamiche sociali di questi luoghi. Un esempio? Ogni anno in Africa nera sono tantissime le bambine che abbandonano gli studi perché costrette a saltare la scuola nei giorni del loro ciclo. La mancanza di materiali assorbenti adeguati portano all’utilizzo di prodotti improvvisati, che causano talvolta infezioni e patologie alle parti intime.

A tastare con mano questo problema è stata la stilista Diana Sierra, membro del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite, che si è recata in Uganda per cercare di capire le dinamiche di questo problema. Da lì la brillante idea di mettersi al lavoro per creare biancheria intima appositamente per le ragazzine di queste popolazioni disagiate, utilizzando materiale riciclabile e multiuso. La disponibilità economica non è infatti così ampia ed il poter acquistare prodotti riutilizzabili piuttosto che usa e getta è un vantaggio non da poco specialmente per le famiglie numerose. E’ nata cosi la fabbrica “Be Girl”, specializzata esclusivamente su questa tipologia di biancheria intima, che pian piano ha iniziato a svilupparsi in diversi Paesi dell’Africa e addirittura negli Stati Uniti. Piccola chicca: acquistando un prodotto “Be Girl” in automatico viene spedito gratuitamente lo stesso prodotto ad una ragazza africana.

Grazie quindi a Diana e a tutti coloro che lavorano quotidianamente per migliorare la vita delle persone in difficoltà ed in particolare, in questo caso, nel creare sollievo riguardo un problema così delicato come l’igiene intima.