Nel mare, che copre circa il 70% della superficie del nostro Pianeta, c’è un tesoro da scoprire per la medicina del futuro. Lo assicura lo scienziato Vittorio Venturi, il quale si occupa di batteriologia al Centro internazionale di ingegneria genetica e biotecnologie (Icgeb) di Trieste. Insieme al suo gruppo di ricerca attivo in questo campo ha potuto sperimentare in prima persona quanto sia enorme la miniera di informazioni – preziose anche per aprire la strada allo sviluppo di nuovi farmaci, dagli antibiotici agli anticancro – che arriva dagli abissi. ”Per esempio penso a un’intuizione importante sulla comunicazione fra batteri – racconta all’AdnKronos Salute – Oggi sappiamo che questi si comportano come un gruppo e non come singoli. Una scoperta che ha rivoluzionato la microbiologia ed è stata messa a segno proprio studiando un batterio marino che vive in simbiosi con un calamaro. Questi batteri bioluminescenti creano una comunità e producono luce solo quando sono in tanti. Seguendo questa pista si è scoperto che anche altri batteri comunicano e agiscono in base al loro numero. Una svolta che apre una porta importante su diverse possibili applicazioni. La comunicazione batterica è un target del futuro per nuovi antibiotici. Agendo su questo fronte, per esempio, si può rendere la comunità più debole e confusa”.

Ma anche spugne, alghe, ricci di mare, vongole e tunicati, posti sul bancone del laboratorio, offrono un altro volto alle loro caratteristiche. Laura Steindler, dirigente del gruppo di Microbiologia marina dell’università di Haifa, analizzando le spugne marine dice che esse sono come dei ”motori che filtrano tantissima acqua, portando dentro tanti batteri, alcuni li mangiano, altri vivono in simbiosi con loro”. La Steindler punta a capire come fanno le spugne a riconoscere chi mangiare e con chi convivere e soprattutto al fatto che esse rimangono pulite. ”Le spugne producono un grosso arsenale di sostanze chimiche che tengono lontano altri organismi che si vogliono attaccare – dice Venturi – sostanze antimicrobiche e molecole bioattive da usare nella medicina del futuro

La ricerca sui tumori, ricci di mare, vongole e tunicati sono solo alcuni degli esempi di un filone che si sta arricchendo sempre di più con risultati già concreti. Si va dalla trabectedina, un farmaco antitumorale scoperto nel 1969 e derivato da una sostanza prodotta da un organismo marino che vive nel mar dei Caraibi (Ecteinascidia turbinata), all’eribulina mesilato utilizzato contro il carcinoma mammario localmente avanzato o metastatico, un analogo sintetico dell’alicondrina B, prodotto naturale isolato dalla spugna marina Halichondira okadai. E ancora la lurbinectedina, nuovo farmaco antineoplastico che mima molti composti naturali di origine marina: dagli studi in corso arrivano dati positivi per numerosi tumori.