Il conduttore è tornato a casa dopo 36 ore passate in ospedale. Il suo racconto di quei momenti indimenticabili.

È stata una esperienza indimenticabile per il conduttore più amato dagli italiani. Per questo Gerry Scotti, in una intervista rilasciata al Corriere della Sera, non risparmia i negazionisti del coronavirus, a chi rivolge una critica piena di ironia. Scotti, dopo essere stato 36 ore all’ospedale, propone di prendere tutti quelli che negano l’esistenza o la gravità del covid-19 e di lasciarli “in quella stanzina”, riferendosi ad una stanza dell’ospedale. Per non più di un’ora, dovrebbe bastare. “Sicuro che cambiano idea”, sfida il conduttore più amato dalla tv italiana, che non avrebbe mai pensato di essersi contagiato con il nuovo virus che sta distruggendo la vita di milioni di persone in tutto il mondo. Eppure anche a lui è toccato.

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Da poco diventato nonno del suo primo nipotino, Scotti ha iniziato ad avvertire i primi sintomi del covid-19 a fine ottobre. Sintomi blandi, ha raccontato, ma che non davano segno di voler andare via. Anzi, peggioravano giorno dopo giorno. “Febbriciattola, stanchezza, colpi di tosse”. Scotti credeva che il tutto sarebbe passato in pochi giorni. “Una settimana e passa tutto, pensavo. Invece no”. Quando ha scoperto di essere malato, gli è venuto d’istinto una voglia di “piangersi addosso”, perché è una “malattia è subdola, puoi stare due o tre giorni con poca febbre, addirittura senza come successo ad alcuni miei amici, e dopo 7 giorni ti negativizzi. Speravo di essere in quel mazzetto di fortunati vincitori”. Ma per lui è andata diversamente.

Scotti ha dovuto affrontare l’ospedale, anche se non è andato proprio in terapia intensiva. Ci è andato molto vicino, “all’anticamera”, come dice lui stesso. “Quando mi hanno detto che mi ricoveravano ho sudato freddo, ha confessato. Io li vedevo tutti, vedevo 24 persone immobili, intubate, come nei film di fantascienza“. Scotti era in una stanzina, dove c’era “la sliding door della vita di tantissime persone”. Come racconta il conduttore, “con due altri pazienti ci strizzavamo l’occhio, dai che ce la fai. Ho appurato — stando lì, due notti e un giorno — che quella era l’ultima porta. Se decidevano di aprire quel varco… Io li vedevo tutti, vedevo 24 persone immobili, intubate, come nei film di fantascienza. Pregavo per loro invece che pregare per me. Sono arrivato all’ultimo step indolore della terapia prima che ti intubino. Per un paio di giorni a orari alterni ho dovuto indossare anche io il casco dell’ossigeno, è stato un toccasana”. Ora Gerry è uscito dall’ospedale. E anche se non è ancora negativo, può aspettare a casa. Per sua fortuna, insieme alla famiglia.